Più che cambio è rivoluzione generazionale

Molte aziende del vino italiano sono alle prese con il passaggio di consegne tra la “vecchia” e la “nuova” generazione all’insegna di un cambiamento che per certi aspetti è più complesso rispetto al precedente. Il ruolo chiave della formazione della nuova classe dirigente del vino italiano

 

di Fabio Piccoli

 

Si parla spesso nel settore vitivinicolo (agricolo in generale) di cambio generazionale. Se in altri comparti questo avviene con una certa “naturalità” nel nostro amato settore del vino le cose sono molto più complesse.
E questo per varie ragioni, a partire dal fatto che un produttore rimane tale per tutta la vita. Produrre vino, inutile negarlo, non è un semplice lavoro.
Non ce ne abbiano a male altri comparti, altre professioni, ma il lavoro in agricoltura, in campagna come si diceva giustamente un tempo, non lo si può annoverare nell’ambito delle attività “normali”.
Ma questa straordinarietà, tra i tanti benefici, porta anche alcune complicazioni, tra le quali il cambio generazionale.
Nella nostra ormai lunga esperienza a fianco di molte imprese del vino italiano abbiamo assistito a cambi molto naturali, e per certi aspetti veloci (spesso, però determinati da eventi traumatici), ad altri molto più lunghi, faticosi e spesso anche dolorosi.
Non vogliamo, però, in questa sede soffermarci sugli aspetti psicologici del cambio generazionale, anche se questi hanno indubbiamente un’influenza notevole in questo tipo di evoluzioni.

Ci interessa soffermarci, invece, su quali sono oggi le condizioni in cui sta avvenendo questo cambio rispetto alla generazione passata.
Lo possiamo fare grazie anche alla nostra “anzianità” professionale che ci consente di ricordare bene la situazione del vino italiano quando i genitori di molti giovani produttori di oggi presero in mano le loro aziende.
Viene facile, a questo proposito, sottolineare come a metà degli anni 80 la situazione del settore vitivinicolo italiano era molto diversa rispetto a quella attuale. Era profondamente diversa sia sul fronte produttivo sia su quello dei mercati.
“Di fatto quando abbiamo preso in mano noi le aziende ” ha detto Roberto Anselmi, il noto produttore di Soave, durante il talk show organizzato lunedi 10 giugno a Palazzo della Torre della famiglia Allegrini, nell’ambito della bella iniziativa di Affinità Enologiche ” il vigneto italiano di qualità non esisteva. Gran parte di noi ereditava delle aziende “commerciali”, fatte da imbottigliatori di vino di qualità spesso molto bassa”.
“Molti di noi ” gli ha fatto eco Primo Franco, nome storico del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, durante il medesimo incontro ” hanno di fatto “ucciso” il padre imbottigliatore per diventare qualcosa di completamente diverso”.
Insomma se circa quarant’anni fa la sfida era portare il vino italiano nell’era moderna evolvendosi verso una vitivinicoltura di qualità (seguendo in gran parte l’esempio della Francia), oggi è riuscire a rendere competitive le nostre imprese del vino su mercati sempre più complessi, con una competizione sempre più spinta e consumatori sempre più esigenti.
“Se mio papà si è potuto permettere di essere un one man show” ha spiegato Lisa Anselmi, figlia di Roberto ” oggi noi siamo obbligati a lavorare in squadra, a delegare competenze a diversi collaboratori, insomma a fare impresa in senso moderno”.
Due sintesi quelle di Roberto e Lisa Anselmi che in qualche misura spiegano due epoche che non si possono confrontare.

 

 

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