Bollicine, per Nino Franco 4 ori mondiali

MARTEDÌ 16 LUGLIO 2019
LA TRIBUNA

di Andrea Passerini

 

TREVISO. Nell’edizione che segna la storico sorpasso dell’Italia sulla Francia, e che incorona la trentina Ferrari come miglior cantina al mondo, la Marca del Prosecco e del Cartizze si fa valere.
Al campionato mondiale delle bollicine appena concluso -The Champagne & Sparkling Wine World Championships, fondato dal leggendario Tom Stevenson, 18 paesi concorrenti – il Prosecco coglie 9 medaglie d’oro e 28 d’argento. L’Italia conquista 71 ori e 92 argenti, contro i 61 ori e i 48 argenti dello Champagne. E se Matteo Lunelli trionfa con la trentina Ferrari (15 ori), battendo
il rivale transalpino Roederer, l’Italia schiera anche Trentodoc, Prosecco, Franciacorta, Lambrusco.
E tra i produttori di Marca alla ribalta sale Nino Franco: la cantina di Valdobbiadene centra 4 ori e 1 argento, nell’anno del centenario. La fondò Antonio Franco, nel 1919, quindi il figlio Nino, cui è intitolata l’azienda: oggi al timone il nipote Primo, 71 anni, con la figlia Silvia e la moglie Annalisa, che segue villa Barberina.

Le medaglie d’oro sono andate a Nodi 2017, Vigneto della Riva di S. Floriano 2018, Nino Franco brut Nv e Cartizze 2018; l’argento per il Rustico NV.

«Felicissimi e orgogliosi, si è sempre in ansia», dice Primo, « speriamo sempre che ci vada bene, qualche volta va anche benissimo, quest’anno il sorpasso sulla Francia ha dato maggiore ribalta al campionato, molto più degli altri anni. Stevenson è un mito, gira tutte le zone di produzione nel mondo ».
Primo è abituato ai riconoscimenti, ma certo ogni volta è un esame. E non sembra amare troppo i riflettori. «Pensiamo di fare vino buono da una vita, è la quinta volta che al mondiale veniamo insigniti, certo non lo sbandieriamo a ogni passo, siamo piccoli e ci facciamo prendere dal quotidiano ». La leggenda dice che Stevenson adora i vini Nino Franco per il profumo di pepe
bianco … «A noi fa piacere il riconoscimento per il nostro lavoro e per ilDocg, prodotto storico », glissa lui, «penso che come Docg abbiamo rivoluzionato il consumo, rendendo quotidiano
un bere un tempo riservato solo a feste e grandi occasioni. Ancor oggi, a 71 anni, giro il mondo 3 o 4 volte l’anno. Esportiamo il 70% della produzione, la metà negli Usa». E il futuro del Prosecco? «Dovremmo lasciare il mercato far da padrone, sarebbe un naturale regolatore. E guai a cedere sulla qualità, perché ora i francesi ci guardano con rispetto, gli champagnisti sanno che devono
migliorare e crescere».

 

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